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Il Sindacato deve occuparsi di lavoro

sindacatoUn sindacato deve occuparsi di lavoro. Questo è un postulato. Ma cosa vuol dire occuparsi di lavoro, e quali sono i limiti entro i quali un sindacato può e deve occuparsene?

Questo mio pezzo vuole essere la sintesi di tante voci, le voci dei colleghi che incontro tutti i giorni nella mia filiale e nelle filiali che seguo, ma anche dei tanti colleghi con cui mi confronto per lavoro e non, in giro per questa grande banca.

Sono stato assunto nel 2001, per alcuni non è molto, ma credo di aver vissuto un periodo di grandi cambiamenti, qualche contratto e  un paio di fusioni. Ma in questi 13 anni la costante che sento dai colleghi è la progressiva diminuzione della qualità della nostra vita lavorativa. E non parlo necessariamente di livelli retributivi o di diritti in senso stretto, ma di quello che una collega definisce meravigliosamente come dignità lavorativa, guadagno psichico e formazione e stimolo del senso critico. Quel meraviglioso senso critico che non vuole solo essere tutelato e protetto, ma esige rispetto, ascolto, perché consapevole e costruttivo.

sindacato1Mio nonno quando sono stato assunto in banca, da uomo semplice che ha vissuto le due grandi guerre e che ha sempre fatto lavori manuali ha sintetizzato la sua felicità dicendomi che andavo a fare una lavoro “pulito”, che non è soggetto alle intemperie e che la sera sarei arrivato a casa riposato. So che ha ragione, so che in qualche modo siamo ancora dei privilegiati, soprattutto se guardo cosa accade intorno a noi. Ma so anche che adeguarsi passivamente a trattamenti da caserma-asilo consuma la nostra personalità e non basta “spegnere il cervello” e “fare il necessario e non mi chiedano nulla di più” come sento dire sempre più spesso, prendendosela astrattamente con i “vertici”, perché abbiamo bisogno di sentirci attori del nostro tempo, padroni delle nostre scelte e non scimmie ammaestrate.

Io sono un gestore famiglie e il mio mestiere ultimamente è una lista infinita di nominativi. Ho sempre pensato che entrando in ufficio fosse necessario darsi un ordine di idee, trovare una strategia e programmare la propria giornata in funzione di un obbiettivo. Lavoro per una banca, che mi paga per raggiungerlo questo obbiettivo, lo capisco. E invece no, non è necessario, qualcun altro lo ha già fatto per me. Mi hanno già fornito quanto mi serve: un elenco di nomi e le leve commerciali giuste per far nascere l’esigenza del prodotto di punta del piano commerciale trimestrale. Perché il cliente spesso “non si rende nemmeno conto di aver bisogno di quel determinato prodotto”. Semplice no? Ma allora cosa c’è che non va? Cos’è che rende me e altri colleghi così insoddisfatti delle nostre giornate? Al contrario di mio nonno io non creo nulla di tangibile, ma anch’io ho un istinto di autodeterminazione e voglio essere fiero di me e di ciò che faccio.

Il METODO, ecco il nostro nuovo faro. Bisogna tenere un passo giornaliero, avere un numero preciso di contatti e di incontri e ancora una percentuale di successi per incontro e cosa non trascurabile, riuscire a far sì che a fine anno il conto economico rispecchi con cristallina chiarezza l’autorevolezza di una pianificazione costata una fettina del nostro bilancio in consulenze. Perché è grazie al metodo creato spesso da chi in filiale non c’è mai stato che il nostro conto economico supera il 100, e non al vero capitale di questa banca, quello umano.

Il metodo di per se ha anche un senso, permette automaticamente di identificare i potenziali clienti interessati ad una determinata iniziativa e indica le modalità di gestione del tempo. Poi però il tutto va calato in una realtà in cui esistono anche i clienti, che hanno la malsana idea di potersi rivolgere alla banca quando meglio gli aggrada ed a tutta una serie di incombenze amministrative necessarie, anche se non inserite in una pianificazione commerciale. Parlo degli sconfinamenti, degli stralci, degli arretrati su finanziamenti che siano a breve o a lungo termine, delle successioni dell’archiviazione di cp, mifid, polizze, incarti di mutuo, e potrei continuare. Inoltre i clienti a volte hanno esigenze stranamente improvvise ed urgenti, le carte si smagnetizzano o vengono perse, sottratte o clonate. Devono pagare tasse a vario titolo e spesso con scadenze pericolosamente imminenti (chi ha detto IMU?).

Ma torniamo al capitale umano. Ultimamente sento sempre più spesso l’espressione “lavoriamo male e diamo un servizio sempre più brutto”. Alcune cose sono sotto gli occhi di tutti, la flexi per chi la vive ha determinato situazioni in cui si è passati da un orario di apertura della banca da 6 ore e mezza a 12. Il doppio delle ore, ma il numero di addetti? Da me non uno di più. Aggiungiamoci che non esistono più quei momenti cuscinetto fra la chiusura al pubblico e la fine della giornata ed il blocco degli straordinari ed eccomi qui a cercare momenti per fare una bozza di mutuo fra un cliente e l’altro, a ricevere solleciti per sacrosanti corsi on line obbligatori e mai fruiti, magari in un turno in cui sono l’unico gestore in filiale.

sindacato2I colleghi hanno voglia di lavorare bene e di dare un buon servizio, hanno voglia di fare le pratiche nel minor tempo possibile e spesso si fermano a lavorare fuori orario e non pagati perché hanno un’etica, ma soprattutto vogliono dare un buon servizio. E cosa dire a quei colleghi che mi dicono che ormai la loro professionalità sugli investimenti non serve più a niente, perché tanto abbiamo una mezza dozzina di prodotti da piazzare, più o meno sempre gli stessi, funzionali a tutte le esigenze della clientela, da imparare a memoria e presentare in tutta la loro magnificenza. E ancora a quel collega che mi dice che il corso da promotore gli ha insegnato moltissime cose sugli strumenti finanziari e sui mercati, ma che tanto queste cose non gli serviranno a nulla, perché il suo mestiere non è trovare il prodotto migliore per le esigenze del cliente, ma convincere il cliente che i nostri prodotti sono i migliori possibile.

Il nonno di prima, ormai vi sembrerà uno di famiglia, diceva un’altra cosa: “si lavora per i soldi o per la gloria”, dove gloria è un termine che ha più l’accezione di piacere. Ecco pensiamoci su un attimo. Ci sono colleghi che mi raccontano di un tempo lontano, probabilmente prima della grande glaciazione, quando ancora i dinosauri camminavano in mezzo a noi, in cui andare a lavorare era un piacere. Si lavorava con colleghi che diventavano amici, ci si sentiva parte di qualcosa di bello e se era il caso ci si fermava con piacere oltre l’orario. Oggi spesso viviamo in filiali in cui ci conosciamo appena, in cui se un cliente non è del “tuo portafoglio” non lo servo nemmeno e in cui la logica del breve periodo la fa da padrona. “L’individualismo sfegatato diventa motivo di vanto, legittimato dal malessere  indotto da un sistema che calpesta l’essere uomo/donna. Ma quanti sanno essere uomini/donne? Quanti sanno che bisogna difendere i nostri spazi, le nostre relazioni, la nostra vita?” cito di nuovo una collega speciale, che sa esprimere meglio di me il concetto.

Aggiungo ancora un concetto che è quello di scopo. Ognuno di noi ha bisogno di uno scopo, uno scopo tangibile e raggiungibile, con le proprie energie e con il proprio impegno. Qual è il vostro scopo? Parliamo di lavoro naturalmente, volete diventare Direttori? Coordinatori? Gestore imprese? E come fare? È ancora possibile pianificare un percorso formativo e professionale? O siamo in balia degli eventi, delle chiusure di filiali, delle emergenze per carenza di personale? O molto più semplicemente sentiamo dentro di noi che non ne vale più la pena? I sistemi incentivanti sono sempre meno normati e abbiamo l’impressione che ci sia qualcosa di profondamente ingiusto nella distribuzione delle retribuzioni. I colleghi EBA vivono in un limbo in cui non sanno nemmeno se il loro ruolo prima o poi sarà certificato in maniera definitiva, magari con un percorso. Ecco i percorsi, io non sono fra quelli che pensa che i percorsi risolvano necessariamente tutti i problemi. Ma so che non viviamo in un mondo perfetto, in cui la meritocrazia  regna sovrana e in cui ognuno di noi viene indirizzato a ruoli consoni prima di tutto alla propria natura. E per quanto misero i percorsi ti davano un obiettivo quantificabile, almeno per la variabile tempo.

sindacato3Ma qual è il mio obiettivo, l’obiettivo di questi pensieri confusi che di sindacale forse hanno ben poco?  Lo scopo era prima di tutto togliermi un peso, e dar voce ai tanti colleghi che ignari hanno scritto con me questo pezzo. E infine dire che la vera rivoluzione si fa con i comportamenti, agendo costruttivamente, tutti, e non contro il risultato economico ma contro l’interpretazione che se ne dà. Voglio dire ai colleghi che c’è un mondo fuori dall’ufficio in cui è bello esprimere se stessi senza essere schiacciati dalla pesantezza della giornata lavorativa. E allora riprendiamoci prima di tutto la nostra libertà di ragionamento, lungi da me invocare lo sciopero bianco, non fosse altro che per il semplice fatto che se non lavoriamo noi non vedo come la banca possa fare utili e pagarci lo stipendio. Parlo di tagliare i fili che ci rendono burattini di qualcosa in cui non crediamo, parlo di ribellarci ad un metodo di lavorare che a volte ci complica la vita invece che agevolarla. Parlo di dar voce alle sacrosante obiezioni sussurrate sulla logica di breve periodo in cui ingessiamo i portafogli per avere commissioni immediate. Parlo di colleghe e colleghi che un tempo si alzavano e andavano a lavorare con piacere e naturalmente parlo di me.

Mesiano4Articolo di Francesco Mesiano
antonio.mesiano@intesasanpaolo.com

 

 

 

 

 


mercoledì 5 marzo 2014 - Francesco Mesiano, Organizzazione del Lavoro -
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ho letto con interesse l’articolo “il sindacato deve occuparsi di lavoro” di Antonio Mesiano.mi e’ parso valido e propositivo ,con un forte spinta a cambiare in meglio una situazione difficile e complicata.

Articolo rappresentativo e realistico.

Un articolo che davvero ci rappresenta e pone l’attenzione sulla reale situazione. Assolutamente positivo segnale di volontà al miglioramento!!!!!

Che dire… grazie! Sono davvero felice che i miei pensieri siano condivisi e spero che il tutto non si esaurisca qui, ma che anzi si possa innescare un meccanismo che ci stimoli tutti a migliorare le cose prima di tutto partendo da noi stessi.

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  • pier luigi rizzi ha detto:

    ho letto con interesse l’articolo “il sindacato deve occuparsi di lavoro” di Antonio Mesiano.mi e’ parso valido e propositivo ,con un forte spinta a cambiare in meglio una situazione difficile e complicata.

  • Gabriella Mennea ha detto:

    Articolo rappresentativo e realistico.

  • silvana ha detto:

    Un articolo che davvero ci rappresenta e pone l’attenzione sulla reale situazione. Assolutamente positivo segnale di volontà al miglioramento!!!!!

  • Francesco ha detto:

    Che dire… grazie! Sono davvero felice che i miei pensieri siano condivisi e spero che il tutto non si esaurisca qui, ma che anzi si possa innescare un meccanismo che ci stimoli tutti a migliorare le cose prima di tutto partendo da noi stessi.

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