Pensavamo di vedere una partita...
e invece abbiamo visto una guerra

Genova, 12 ottobre 2010. Storie.

Elena

Elena ha ventisette anni ed è appassionata di calcio fin da quando era piccola (tifa Sampdoria), ma  va raramente a vedere le partite allo stadio  perché non le piace il “casino” e preferisce vederle in televisione.
Stasera però il suo ragazzo insiste per andare allo stadio, ci tiene:  “Sono anni che la Nazionale non gioca qui in città, e po questa è una partita veramente importante” le ha detto.
Elena si convince ed è emozionata: è la prima volta che assiste ad una partita della Nazionale; è curiosa e non vede l’ora di sentire gli Inni; di unirsi agli altri nel cantare il suo. Vuole gustarsi una bella partita, soffrendo certamente meno di quando segue le partite della sua Samp.
Niente di tutto questo. Niente inni. Niente partita. Niente di niente.
Elena se ne torna a casa con l'amaro in bocca. Passerà tanto tempo, davvero tanto, prima che prenda in considerazione l'idea di tornare allo stadio.

Fabio

Fabio ha nove anni. Da molto tempo prova il desiderio di entrare in uno stadio ma papà, che va spesso a vedere le partite del Genoa gli ha sempre detto che andare allo stadio è troppo pericoloso per un bambino piccolo. Lui non si sente più così piccolo e si chiede da un bel po' quando suo padre si deciderà a portarlo con sé alla partita.
Quando papà ha letto sul giornale che a Genova avrebbe giocato l'Italia, gli ha subito promesso che stavolta sì, sarebbero andati tutti insieme allo stadio. Anche la mamma si sarebbe unita a loro.
Fabio non pensa ad altro da giorni. Da settimane. Ha fatto vedere il biglietto con orgoglio agli amichetti. E lo tiene lì, sul comodino. Lo guarda. Lo studia. E' l'ultima cosa che vede ogni sera prima di addormentarsi.
Finalmente il giorno tanto atteso è arrivato. “Finalmente anch'io sono  potuto entrare allo stadio”, pensa Fabio mentre guarda in giro.
Il suo sguardo è rapito da tutto quanto accade intorno a lui. Quanti colori. Quanti rumori. Quante bandiere. Sventola anche la sua, di bandiera. Papà non voleva, ma la mamma lo ha convinto a comprargliela. E ora la sventola. E' felice. Ha realizzato un sogno. Non vede l'ora che le squadre entrino in campo per poter applaudire i propri beniamini. Lui vede spesso le partite il televisione, ma tutti gli hanno sempre detto che la partita vista dal campo è tutta un'altra cosa. Finalmente può capire come sia “quest'altra cosa”.
Manca poco all'inizio. Domani a scuola racconterà a tutti di essere stato allo stadio. E potrà dire anche lui a quelli che al campo non ci sono stati mai che “la partita vista allo stadio è proprio un'altra cosa”. Già. Domani.
“ Ma che succede papà, cosa gridano quelli?” dice Fabio.
“Niente, cose che succedono allo stadio” gli risponde il padre.
Sarà, pensa Fabio. Ma vede che ora stanno lanciando di tutto in campo. Vede la polizia. Vede che la partita non inizia. E la cosa non gli piace per niente. Ha paura, anche se non vuole ammetterlo perché solo i bambini piccoli hanno paura.
Ma ecco. Finalmente le squadre entrano in campo. Finalmente ci sono gli inni, anche se non si sente nulla perché tutti fischiano. Finalmente si gioca. Che bello.
Non dura molto, però. Ci si ferma ancora. Fabio guarda suo padre e vede che adesso sta scuotendo la testa. Le squadre rientrano negli spogliatoi ancora una volta.
“Andiamo, Fabietto, si torna a casa. La partita è stata sospesa....per colpa di quei matti stasera non si gioca” gli dice papà.
“Ma come non si gioca?” gli risponde Fabio perplesso “cosa racconto domani agli amici?”.
“Racconterai di aver visto tutto il peggio del peggio che il calcio può offrire” gli risponde il padre.
Fabio se ne torna a casa con i suoi. Non dice una parola. Il sorriso è sparito dalle sue labbra e dai suoi occhi. Si ritira in camera e una lacrimuccia scende dal suo viso di bimbo.
“No” pensa Fabio “non sapevo immaginare come sarebbe stata la mia prima volta allo stadio, ma una cosa so di certo: non è così che doveva essere....”

Franco

Franco ha quarantadue anni ed è di Albenga. Oggi ha chiesto un'ora di permesso dal lavoro perché la strada da fare è tanta: anche se Genova sembra vicina, in realtà non lo è poi così tanto. C'è traffico a Savona. C'è traffico da Voltri, alle porte di Genova, fino all'uscita per lo stadio. Impiega più di tre ore per arrivare fin lì. Ma è contento. Ci teneva davvero a vedere questa partita della Nazionale di cui è grande tifoso. Da sempre. Da quando gli Azzurri conquistarono il mondo nel luglio del 1982. Anzi, da prima.
Quando arriva nella zona dello stadio capisce subito che c'è qualcosa che non torna: vede scritte strane sui muri, macchine rovinate, gente ubriaca che sventola bandiere della Serbia e lancia insulti.
Dopo aver superato minuziosi controlli, manco fosse un terrorista, entra sulle gradinate mezzora prima dell'inizio del match. Anche nello stadio c'è qualcosa che non torna. I Serbi sono tanti, più di quanti lui potesse pensare. Lanciano insulti pesanti. Franco, che pure non è un violento, risponde agli insulti con insulti.
Ma di là le cose peggiorano. Bruciano bandiere. Lanciano razzi.
Le squadre entrano in campo. Suonano gli Inni e Franco non riesce a controllarsi e fischia come tanti quello Serbo.
Ci provano ad iniziare la partita, ma non c'è niente da fare. Non si gioca.
Franco lascia lo stadio insultando tutto è tutti. E' incazzato nero perché ha fatto un viaggio di ore per vedere una partita che non c'è stata. E ora gli si prospettano altre ore di viaggio, visto il “casino” che c'è.
Dovrebbero spaccargli la testa, a quei Serbi maledetti, pensa. Non dovrebbero lasciarli uscire da qui per dei giorni. E prenderli a botte.
Ma intanto lui ha fatto un giro a vuoto. Stasera arriverà a casa a notte fonda. E domani, mentre quell'incappucciato e i suoi amici se ne torneranno tranquillamente a casa loro, la sua sveglia suonerà come sempre alle sei e trenta per dare il via all'ennesima giornata di duro lavoro.
Mentre si rigira nel letto e non riesce a prendere sonno dalla rabbia, Franco pensa che questo è un mondo davvero schifoso.

Luisa

Luisa ha cinquantadue anni. Abita in periferia, ma lavora presso la filiale di una grande banca del centro, proprio a due passi da Piazza De Ferrari.
Come ogni giorno, esce dal lavoro intorno alle cinque e passa di fronte al Palazzo Ducale per andare a prendere l'autobus che la porta verso casa.
C'è parecchia folla. Spesso accade di vedere gente assiepata intorno alla fontana che sta proprio in mezzo alla piazza principale della città: lavoratori che manifestano, oppure tifosi delle squadre che giocano in coppa contro i club genovesi. Scorge le bandiere serbe: “ah sì....c'è la partita della Nazionale” pensa. Non se lo ricordava. Il calcio piace a suo marito ed ai suoi figli, ma a lei non interessa proprio.
Capisce quasi subito che sta succedendo qualcosa di brutto. Quella gente lancia fumogeni verso le persone che passano e che non c'entrano nulla. Poco più in là, in Via Venti Settembre, stanno spaccando delle vetrine. Hanno imbrattato i muri del Ducale.
Povera Genova, sempre vittima di queste situazioni violente. Il pensiero di Luisa va al luglio del 2001, quando lei e la sua famiglia rimasero praticamente segregati in casa per tre giorni. Per paura di uscire. Per paura che succedesse qualcosa di brutto. Come in effetti fu.
Per fortuna, Luisa riesce a raggiungere la fermata dell'autobus senza problemi. E se ne torna tranquillamente a casa. Quando arriva, accende la Tv e vede che quei cosiddetti tifosi hanno continuato a spaccare tutto. Vede che ora si sono trasferiti dentro lo stadio e stanno proseguendo la loro guerriglia anche lì.
Si chiede che senso abbia tutto questo. Come sia possibile che tutto ciò accada, che tutta questa violenza si scateni in occasione di una partita di calcio che dovrebbe essere una festa per la città e per la sua gente.

Justin

Justin è londinese ed ha trentasei anni. In questi giorni è a Genova per lavoro e, non potendo seguire la sua Nazionale che stasera gioca contro il Montenegro, ha deciso di acquistare il biglietto per andare a vedere una partita che dovrebbe essere interessante.
Pur amando il calcio, non ha mai messo piede in uno stadio italiano ed è piuttosto curioso di vedere che atmosfera vi si respira. Tra l'altro, gli hanno detto che il “Ferraris” è uno degli stadi più belli d'Italia. Uno stadio “all'Inglese”.
Si è stupito molto quando, prima di fargli il biglietto, la signorina gli ha chiesto un documento di identità. Non credeva che fosse necessario, ma, ricorda di aver letto qualcosa a proposito del fatto che in Italia i tifosi vengono schedati con una tessera di cui lui proprio non riesce a capire l'utilità. Gli sembra un modo per tener lontana dallo stadio la “gente normale” mentre gli hooligans, come al solito, non verranno mai toccati; un po' come accadeva in Inghilterra diversi anni fa. Un ricordo bruttissimo e, per fortuna, dimenticato.
All'ingresso si deve sottoporre a mille controlli, manco fossero in aeroporto. Gli sequestrano persino il cinturone con la fibbia dei “Sex Pistols”cui teneva tanto. “E' un oggetto contundente e può essere utilizzato come arma” gli spiega un poliziotto gentile ma irremovibile.
“Bah” pensa Justin che pure ama il nostro Paese “classiche stranezze all'italiana....”
Poi, finalmente, riesce ad entrare nello stadio e si sistema in gradinata su delle seggiole che trova particolarmente scomode se rapportate a quelle di qualsiasi stadio inglese. Spera in ogni caso di potersi godere un bel match.
Presto si accorge però che lo spettacolo sarà ben diverso: un energumeno incappucciato e vestito di nero sta tagliando con un oggetto introdotto non si sa come la rete che separa i tifosi serbi dal campo. Iniziano a lanciare fumogeni. Iniziano a lanciare di tutto.
“Come hanno potuto entrare con quella roba?” si chiede Justin.
Non può fare a meno di pensare alla sua cintura dei “Sex Pistols” finita chissà dove.
Non può fare a meno di pensare che al suo Paese uno spettacolo così triste non l'avrebbero permesso mai.
Non può fare a meno di pensare che l'Italia è un paese bellissimo, ma davvero molto strano e per lui, a volte, assolutamente incomprensibile.

Pierluigi

Pierluigi ha ventinove anni e fa il poliziotto. E' di un paese vicino a Napoli, ma da un paio d'anni è stato trasferito a Genova.
Qualche giorno fa, il suo Comando gli ha comunicato che avrebbe dovuto prestare servizio allo stadio in occasione della partita.
Una brutta gatta da pelare, ha subito pensato Pierluigi. I Serbi non sono certo degli stinchi di santo.
Ma le cose vanno ancora peggio di come lui avesse immaginato. Questi sono pazzi! Sono venuti qui apposta per piantare “casino”! Per spaccare tutto!
Pierluigi ora si trova sotto il settore dei “tifosi” Serbi. Gli hanno dato un'uniforme antisommossa, ma gli hanno detto di non fare assolutamente nulla, anche se da quel settore piove di tutto. Pierluigi viene preso dalla paura.
Ci vorrebbero degli idranti per cercare di disperdere quei quattro pazzi, pensa il poliziotto. Ma pare che l'Uefa non sia d'accordo. E comunque l'unico idrante di cui li hanno dotati si rompe appena cercano di metterlo in azione.
Intanto, quelli continuano a fare i pazzi. Bisognerebbe intervenire, ma non si può. Bisognerebbe arrestarli tutti, ma non si vuole.
Gli hanno sempre insegnato che il poliziotto è un servitore dello Stato e che deve obbedire e fare quello che gli dicono senza porsi troppe domande. Ma una gli nasce spontanea: in Inghilterra, in Germania, o anche nella stessa Serbia, avrebbero mai permesso una cosa del genere?
Non riesce a trovare una risposta convincente.

Milos

Milos ha trentaquattro anni. E' nato a Belgrado ed ha vissuto nella capitale serba fino a sei anni fa. Era senza lavoro, così ha deciso di trasferirsi in Italia, a Genova. Lavora in porto. E' un mestiere duro, ma ben retribuito. Un lavoro che gli ha consentito di farsi un mutuo per comprare una casa dove andare a vivere con la sua fidanzata Agnieszka che è di origine Polacca.
Gli piace il calcio. Da sempre tifa per la Stella Rossa e gli manca un po' il fatto di non poter andarla a vedere allo stadio. Ma gli sta simpatico il Genoa e, quando può, va al “Ferraris” con i suoi colleghi rossoblu.
Ma stasera no. Stasera sarà diviso dagli amici. Quando ha saputo che la Serbia avrebbe giocato contro l'Italia in quella che considera ormai la sua seconda città, ha avuto un moto di grandissima felicità.
Ha chiamato i suoi amici a Belgrado e li ha invitati a venirlo a trovare in occasione della partita.
Stasera sono una ventina. Alcuni sono arrivati in macchina dalla Serbia, altri sono suoi amici Serbi conosciuti qui in Italia.
Entrano senza problemi allo stadio. Di solito, quando la domenica va a seguire il Genoa, fanno dei controlli molto più approfonditi. Ma si vede che per le partite della Nazionale hanno l'ordine di essere meno severi, pensa Milos. Chissà.
Milos non ama il “casino”. Ha il biglietto per il settore destinato ai suoi connazionali, ma preferisce sistemarsi piuttosto in alto perché sa per esperienza che le teste calde si mettono in basso, vicino al campo. Purtroppo sa anche che di teste calde ce ne sono un bel po' tra i suoi connazionali. Alcuni li conosce di vista. Sa che si tratta di gente per la quale il calcio non è uno sport, una passione, ma una scusa per fare “casino”. Per fare politica. Per scatenare violenza.
La sconfitta con l'Estonia di venerdì sera lo ha lasciato con l'amaro in bocca, ma in fondo è il calcio, può accadere di perdere. E stasera potrebbe esserci l'occasione per rifarsi.
Milos capisce quasi subito che qualcosa non funziona. I suoi connazionali, là sotto, lanciano slogan che col calcio non hanno nulla a che vedere. Insultano tutto e tutti. Bruciano bandiere, cosa per lui inconcepibile. Non vogliono che la partita si giochi, questo è chiaro.
Non importa che il prezzo da pagare sia quello di perdere a tavolino. Peggio ancora: sia quello di sottoporre il Paese ad una figuraccia che va in onda in tutte le televisioni del mondo.
Dalla Gradinata Nord gli gridano “zingaro di merda” e magari tra quelli che urlano ci sono anche i suoi colleghi, quelli che lui considera suoi amici e con cui va allo stadio la domenica.
Non gli interessa più di tanto. Così come gli frega poco che la sua Nazionale non abbia potuto giocarsela.
A lui frega che, da domani, quando si presenterà a qualcuno e dirà di essere di nazionalità serba, la gente lo guarderà con più diffidenza di quanto già non faccia di solito.
Da domani lui sarà visto come uno “sporco zingaro”. Come un poco di buono. Come un violento.
E tutto per colpa di quei quattro deficienti che lui stesso disprezza.

Walter

Walter ha quarant'anni compiuti da poco. E' di Torino ed è tifoso del Toro da sempre, ma vive a Genova da cinque anni perché questa è la città di sua moglie.
Nel suo cuore c'è posto solo per il Toro e non tifa per la Nazionale da oltre vent'anni, ormai.
Ma Prandelli, non gli sta così antipatico. E neppure la sua Nazionale. E poi non capita tutti i giorni di poter assistere a una partita che potrebbe essere decisiva per la qualificazione ai prossimi Europei. La Serbia è una buona squadra, la discendente di quella Jugoslavia che lui vide a Torino nel 1980 in una partita valida per le qualificazioni ai Mondiali di Spagna: era quella una delle prime volte in cui lui si era recato allo stadio Comunale.
Walter, con in mano un biglietto di Gradinata Nord, fa tutto di corsa: esce dal lavoro di corsa, arriva a casa di corsa, mangia di corsa, si prepara di corsa, giunge alla fermata dell'autobus di corsa e se lo vede passare sotto il naso. Prende il pullman successivo, ma presto capisce che con quello non si arriva da nessuna parte. Così scende e se la fa a piedi insieme a tante e tante altre persone: genitori con i bimbi piccoli, persone anziane, gente che indossa la felpa della Nazionale, ma anche quelle delle squadre calcistiche locali.
Giunge allo stadio un'oretta prima della partita. Gli controllano il documento e il biglietto. Lo perquisiscono. Si sistema lassù, in una delle ultime file della Gradinata in alto: non gli va di tifare per questo o per quello. Vuole semplicemente godersi la partita in santa pace.
Si inizia con gli insulti. Cose che capitano allo stadio. Così come capita, purtroppo, di sentire fischi sugli inni Nazionali.
Ma tutto il resto no. Tutto il resto dovrebbe restare fuori dagli stadi.
Walter non vede l'ora di andarsene da lì. Gli dicono che la partita potrebbe ancora giocarsi, ma lui vuole andare via. Tornare a casa da sua moglie che lo aspetta. Tornare a casa e basta.
Uscendo incontra Elena, Fabio con suo padre, Franco, Justin. E se non li incontra davvero è come se li avesse incontrati. Il giorno dopo, tornato al lavoro, parla con Luisa, con Pierluigi e con Milos. E se non gli parla è come se l'avesse fatto.
Se ne torna a casa, per fortuna sano e salvo, un po' disgustato e molto dispiaciuto.
Doveva essere una festa per l'intera città. Non è stato niente. O peggio: è stata quasi una guerra.

Walter Panero

[Per commenti all'articolo: tasso@fisac.net]

 

 


 

Tasso - ver.3.0 n.05 - novembre 2010 - FISAC/CGIL ISP Liguria Piemonte Val d'Aosta - archivio - credits